La bellezza di insegnare nei Professionali

C’è un gruppo di docenti allo Scotton di Bassano, potremmo dire lo “zoccolo duro” dello Scotton, quelli che, sfidati e fortificati dalle difficoltà, non demordono.

Sono quelli che il briefing del mattino lo fanno alle 7:15 davanti al distributore del caffè, anche se magari il loro orario di servizio inizia due o tre ore dopo. E lì si scambiano idee, esperienze, pareri, suggerimenti, aneddoti. Anche risate. Insomma, si ricaricano le batterie a vicenda per affrontare un’altra giornata di lavoro con tutti i problemi annessi, ma anche con tutte le piccole soddisfazioni che tra le tante fatiche ci sono.

Ed è proprio di questo che parla questo piccolo contributo, che nasce da un post condiviso da uno di questi docenti. Si tratta di un recente intervento di Marco Lodoli, scrittore e giornalista, ma soprattutto docente di Italiano, da anni, in un istituto professionale come il nostro.

Ecco la sua riflessione.

“Vi racconto questa. Ormai da quasi dieci anni faccio circa tre incontri con le scuole ogni settimana, in tutta Italia. A volte sono medie, a volte superiori. Quando comincio, sto zitto un attimo, e poi dico ‘Alzi la mano chi ha un sogno’.

Alle medie è una festa. Si alzano tutte le mani e tutti fanno a gara per venire al microfono e dirtelo, qual è il loro sogno: naturalmente il calciatore, ma anche tante cantanti, programmatori di videogiochi, chi dice che vuole viaggiare, chi fare i soldi.

Poi vado alle superiori. Qui le mani che si alzano sono molte meno. Ed è qui che il mondo si divide. Perché al Liceo la mano la alzano in tre quarti. Al professionale, se va bene, un quarto. E ci sono volte in cui la alza solo uno. Uno solo in tutta la scuola.

Quando si dice che la scuola italiana è classista, è di questo che stiamo parlando. Non è che il latino formi la mente mentre le materie più pratiche no; non è che al Liceo si sviluppa più l'aspetto umanistico e nelle altre scuole quello tecnico. È che ai professionali, spesso, ci finiscono ragazzi che hanno già smesso di sognare. Chiedetelo a chi ci insegna davvero, in quelle scuole. Chiedetelo a chi fa una fatica immane, davanti a muri di rabbia e rassegnazione.

Eppure sono ragazzi incredibili.

Ci parli e capisci che dietro ognuno di loro c'è un mondo, ma anche che quel mondo è spesso sepolto sotto coltri di mazzate che la vita gli ha già dato. E dovreste vedere come scrivono, alcuni. In bigliettini di fortuna, con italiano sgrammaticato e punteggiatura assente, ho trovato dei poeti: c'erano degli Ungaretti e dei Montale, ragazzi che, se solo fossero ascoltati e incoraggiati a seguirli davvero dei sogni, quella mano la alzerebbero più in alto di tutti.

E allora mi chiedo: chi ha deciso che quei sogni valgono meno? Chi ha stabilito che certe mani debbano restare abbassate, che certi mondi debbano restare sepolti?”

Ecco, fin qui Marco Lodoli.

Ma questo post ha generato una risposta di un nostro collega, uno di quelli dello “zoccolo duro” e del caffè del mattino, che ci ha condiviso questa sua esperienza:

“Purtroppo, sono i pregiudizi a pesare. ‘Ma tanto non ha voglia di fare!’. È facile criticare e scaricare le responsabilità sugli altri. I nostri studenti hanno bisogno di una nuova scintilla che accenda in loro la voglia di sognare e sperare in un futuro il più vicino possibile alle loro aspettative.

Molti, però, sono rassegnati a convinzioni sbagliate, spesso inculcate da adulti abituati a puntare il dito. I ragazzi dovrebbero vedere in noi un punto di riferimento solido e presente. Non è semplice, ma con piccoli passi è possibile fare la differenza.

Vi racconto un episodio accaduto ieri durante la lezione con la mia quarta. In laboratorio stavamo svolgendo un’attività pratica per rafforzare la teoria: la realizzazione di un prototipo di termostato elettronico. Gli studenti erano assorbiti, curiosi, interessati.

Uno di loro aveva chiesto di uscire alle 12, ma alle 12:15 era ancora lì. L’interesse lo tratteneva a scuola. ‘Professore, voglio vedere come funziona, poi vado via’, mi ha detto. Gli ho risposto: ‘Ormai manca poco alla fine della lezione, resta con noi’. E così ha fatto, felice di sentirsi apprezzato e soddisfatto del lavoro svolto.

Le piccole attenzioni, i rinforzi positivi, una pacca sulla spalla, una parola di incoraggiamento come ‘bravo’, metterli al centro: tutto questo è fondamentale per loro. Ma non è sempre facile attuarlo”.

Qualcun altro del gruppo ha risposto che questi racconti sono il miglior orientamento possibile.

Ed eccoci qua a condividerlo con voi.